Apr 26

La mattina della festa di San Ciro a Portici

E’ la prima domenica di maggio di un anno nel tempo.

E’ primavera inoltrata ma non ancora estate, il profumo che si respira diventa una sensazione.

Alzandomi dal letto so già che l’intera famiglia è quasi pronta per l’uscita e vive della stessa mia “friccicheria”.

Le tappe previste in giro per la città fanno parte delle tradizioni di  famiglia e seguono percorsi consolidati da anni.

Inizialmente si risale il  mercato (Via Marconi) dribblando  le tante bancarelle eccezionalmente in bella mostra anche di domenica che, come nelle ore di punta feriali, restringono lo spazio di passaggio rendendo impossibile il normale transito di una macchina e di un pedone contemporaneamente.

L’occhio è sempre all’erta, soprattutto ai basalti scuriti dall’acqua dei pescivendoli – di mestiere e improvvisati – che “rinfrescano” la merce a getti continui.

San Ciro - Piazza San Pasquale

San Ciro - Piazza San Pasquale

Lo slalom tra la folla di famiglie porta finalmente a raggiungere le spalle della chiesa di San Ciro, non senza essersi fermati alla bancarella dei fumetti a scovare numeri mancanti di Dylan Dog o Topolino.

Finalmente la strada si immette, allargandosi come la foce di un fiume,  in una Piazza San Ciro affollata ma non colma.

Il sole è piacevole sul viso, la presenza del mare a pochi passi si avverte come quella di un amico.

Dalla piazza si vedono le prime luminarie che si perdono da ambo i lati, sia lungo il corso Garibaldi che sulla salita di via Libertà. Ogni anno la disposizione, specialmente nella piazza, è più accorta per evitare che il passaggio del Santo patrono venga reso più difficoltoso.

Ad ogni angolo c’è un venditore di palloncini ad elio che, come ogni anno, tenta di appioppare  le immancabili automobili di formula 1  e  il personaggio di turno disegnato sempre sulla stessa sagoma: Batman, Spiderman o Goku.

Se si è fortunati, si riescono ad evitare con reciproca soddisfazione i parenti della carrambata annuale.

Intanto il tuo sguardo si posa sulla chiesa che domina la piazza, eccezionalmente con tutte le porte aperte e il vuoto lasciato dalla statua del Santo che instilla un silenzioso senso di attesa.

Comincia così la parte più attesa e tortuosa del tragitto: da Piazza San Ciro al Granatello passando per il Corso Umberto I.

Il corso è un susseguirsi di bancarelle senza soluzione di continuità, c’è di tutto:  dolciumi di tutte le forme e colori, i venditori di tartarughe pulcini e pappagalli, il panno che pulisce tutto, le immagini dei cantanti neomelodici e dei giocatori del Napoli in cornici dorate,  cassette (prima)  CD e DVD ‘alternativamente originali’, le mitiche noccioline zuccherate.

La gente si accalca in processioni a doppio senso spontaneo – curiosamente simili al senso automobilistico – mentre qualcuno si attarda al tiro al bersaglio con le lattine che non cadono mai o alla ruota della fortuna.

L’acceso all’entrata del bosco e della villa comunale sono rese inaccessibili dal fiume umano.

Pochi passi ancora e finalmente ci si trova davanti a piazza San Pasquale: a due passi dal bosco e a due passi dal mare.

Dopo una rapida affacciata dal terrazzino della stazione per guardare il porto si torna rapidamente indietro per aspettare, quasi all’altezza dell’entrata della villa comunale, il passaggio di San Ciro.

Pochi minuti e la musica in lontananza avverte che l’attesa è quasi finita.

Pompo pompompo pomporomporopò… ed ecco che i pennacchi bianchi e celesti   fanno da apripista mentre in lontananza una macchia amaranto diventa più nitida.

San Ciro tra la folla

San Ciro tra la folla

Un silenzio di bocche che impennano sorrisi cala sulla folla, già si sa quel che si vedrà eppure non diminuisce l’attesa… ancora un po’…  ecco…  se il signore “toglie  la testa” lo vedo… Eccolo!Eccolo!

Ed eccolo, con le sue tre dita  che si stagliano davanti  ad un viso quasi vivo, eccolo San Ciro che fluttua sulle onde di spalle poderose di persone di ogni estrazione sociale.

Le donne più anziane, commosse al limite del pianto, commentano come se avessero visto un parente: <<Comm’è bell’!>>

Il silenzio si rompe in esplosioni di applausi, ci si sente come dopo un

San Ciro - primo piano

San Ciro - primo piano

gol del Napoli, la gente comincia a commentare dell’altra gente che segue la processione ma poi via, tutti a confondersi e a diventare, mai come questo giorno, una sola armoniosa macchia umana.

Probabilmente solo se sei di Portici puoi capire: puoi essere ateo, mussulmano o  bestemmiatore incallito, se sei di Portici davanti a San Ciro non puoi non emozionarti.

 

Viva San Ciro, Viva Portici!

Apr 25

Io speriamo che me la cavo – sinossi e recensione

Io speriamo che me la cavo

Io speriamo che me la cavo

Recensione
In questo film compare un Paolo Villaggio molto lontano dal solito ingegner Ugo Fantozzi, a mio parere un’ ottima interpretazione, si cala perfettamente nel ruolo divertendo e commuovendo allo stesso tempo, mostrando in pieno le iniziali difficoltà di un settentrionale costretto a vivere al sud.
A molti anni di distanza questo film del ’92 riesce sempre a strappare un sorriso trattando tematiche ancora attuali e presentando un impianto molto simile al recente campione d’incassi Benvenuti al sud, le problematiche sono pressoché le medesime, anche se in contesti molto diversi.

Il titolo ricalca una mentalità fortemente radicata in chi non ha mezzi propri o sociali per affrontare adeguatamente la vita e si vota alla sopravvivenza per scelta forzata sperando che, alla resa dei conti, il caso o la provvidenza risolvano il problema.
L’ultima scena è di sicuro quella rimasta impressa nel cuore di molti, finale strappa lacrime con in sottofondo “What a wonderful world” di Louis Armstrong, e anche riguardandola per l’ennesima volta non si può non riflettere sui tanti significati di quel “Io speriamo che me la cavo”.

 

Sinossi
Io speriamo che me la cavo è un film del 1992 diretto da Lina Wertmuller e tratto dall’omonimo libro di Marcello D’ Orta.
Il maestro Marco Tullio Sperelli (Paolo Villaggio) in attesa di un trasferimento richiesto da tempo in una scuola elementare ligure, si ritrova per un errore telematico dei terminali del Ministero della Pubblica Istruzione assegnato in una scuola a Corzano, in provincia di Napoli.

E proprio qui il maestro Sperelli si ritrova catapultato in una situazione alquanto disastrosa, toccando con mano i disagi ed i disastri di un sistema scolastico allo sbando e dove gli alunni si contano sulle dita di una mano, non più di tre allievi in classe al suo primo giorno di lezione, gli altri deve andare a cercarseli recuperandoli qua e là, quasi sempre in strada. Nella classe (mista) ci sono bambini di ogni genere e di varia estrazione sociale, ognuno con un problema diverso e con una forte difficoltà ad usare la lingua italiana, ma sempre allegri e pronti a prendere la vita con ironia.
Rosinella che fa la tenera con il maestro, Vincenzino intelligente e svelto, nonchè Raffaele, il più grande, già implicato a far da messaggero per la camorra locale, si presenta in classe in modo arrogante e prepotente da vero “guappo” e per questo Sperelli, malgrado la propria mitezza, dà un ceffone al ragazzo, il quale gli giura vendetta.

Ma quel gesto violento propizia definitivamente al maestro il massimo rispetto di tutti i ragazzi.

Ma la vita sa essere strana ed una sera Raffaele si trova costretto a chiedere aiuto al maestro per poter portare la mamma in ospedale e, con un altro gesto per lui insolito, Sperelli s’impone al personale per ottenere un’immediata sistemazione della donna. Proprio mentre Raffaele sembra aver cambiato comportamento e pericolose amicizie e mentre ormai i ragazzi gli si sono affezionati, ecco che arriva inaspettata la comunicazione del suo trasferimento al Nord.

Tutta la classe, con la direttrice e i padroni di casa (un po’ bizzarri, ma con lui sempre delicati e premurosi) è alla stazione a salutare il maestro che se ne va per sempre.

Il maestro giorno dopo giorno si è lasciato addolcire e incantare da un clima e da un calore umano senza paragoni, così in treno legge commosso il tema “su di una parabola evangelica” che Raffaele gli ha consegnato all’ultimo minuto che parla della fine del mondo,e che vuole essere un inno alla speranza affinchè qualcosa possa cambiare, concludendo con “… e io speriamo che me la cavo …!

Apr 22

Contro l’indifferenza all’arte e alla cultura

                     leggi anche “Il falò della cultura al Casoria contemporary art museum”

Per solidarietà al CAM di Casoria (NA), il Museo Gracco di Arte Contemporanea e Fotografia di Pompei protesta contro l’indifferenza delle istituzioni all’arte e alla cultura, lasciando “coperte”, fino all’8 maggio 2012, le opere del Maestro Franco Gracco appartenenti alla sua mostra “Fuori dal Labirinto”, in programma al Museo dal 21 aprile.

Il patrimonio culturale italiano è apprezzato a livello internazionale per le sue eccellenze nel campo dell’arte e delle tradizioni artigianali, che da millenni contribuiscono a costituire il vanto della nostra identità nazionale. Solo per citare la Campania, l’arte affonda le sue nobili origini nell’antichità greco-romana, con gli illustri esempi della pittura pompeiana, per poi arricchirsi, nel corso dei secoli, di nuove e più svariate esperienze, dalla pittura del Solimena alla Scuola di Posillipo, fino ai più recenti fermenti artistici dei grandi centri urbani come dei più piccoli comuni di provincia. Alla tradizione artistica in senso stretto si è affiancata nel tempo una altrettanto produttiva tradizione artigianale che, dalla ceramica vietrese alle porcellane di Capodimonte, dai presepi napoletani alla lavorazione del corallo di Torre del Greco e all’intarsio sorrentino, continua ancora a impegnare vecchie maestranze e nuove generazioni desiderose di appropriarsene. Troppo spesso, però, sono proprio le istituzioni locali, seguite passivamente dall’opinione pubblica di quanti abitano nei nostri territori, a sottovalutare, se non addirittura, a ignorare del tutto, l’esistenza, per non parlare dell’importanza, del nostro ricco patrimonio. Non solo le istituzioni governative, o politiche, sembrano disinteressarsene, ma anche, cosa ancor più grave, le istituzioni culturali che, per loro stessa ammissione, dovrebbero valorizzarlo, di fatto sminuiscono, o perfino ostacolano, la cultura e coloro che con passione e sacrificio se ne occupano giorno dopo giorno. Il Museo Gracco non si aspetta alcun contributo economico dalle istituzioni, ma chiede, e anzi pretende, che queste dedichino maggiore attenzione alle iniziative promosse dai privati per salvaguardare il nostro patrimonio culturale e diffonderne la conoscenza soprattutto per lo sviluppo delle giovani menti. Ci sia altrettanto rispetto per tutti gli operatori culturali, in particolar modo per gli artisti, i quali, in virtù del loro intrinseco valore culturale che da sempre è stato occasione di stimolo e di crescita per le comunità, meritano ascolto e pubblico riconoscimento.

Le vite degli artisti e degli uomini di cultura del nostro passato, così come il futuro delle nuove generazioni, ci impongono di risvegliare le coscienze, da un lato rispetto al comune atteggiamento refrattario verso l’arte e la cultura, e dall’altro rispetto a un patrimonio di valori dimenticati da riscoprire e apprezzare in misura sempre più piena. Le opere della mostra “Fuori dal Labirinto”, che saranno “scoperte” il 9 maggio p.v. e resteranno esposte fino al 24 giugno 2012, sulla base dell’antica mitologia, offriranno ai visitatori attenti non pochi spunti di riflessione utili per la vita moderna, soprattutto per riconoscere ed evitare i moderni “labirinti”, situazioni e atteggiamenti fuorvianti che potrebbero intrappolare o rendere “schiavi”, o anche, per chi vi fosse finito dentro, suggerire i modi per uscirne.  A chi volesse farsi un’idea più ampia dell’opera del Maestro Gracco suggeriamo di visitare, prima della mostra, altri luoghi della città di Pompei, dove sono esposti suoi quadri appartenenti ad enti pubblici o a privati. Procedendo da sud a nord, in direzione del Museo Gracco: Hotel Pompei Resort (Viale Unità d’Italia, 16/A), Bar Ristorante hcca24 (Viale Mazzini, 48), Azienda Autonoma di Cura Soggiorno e Turismo (Via Sacra, 1), Santuario di Pompei, corridoio est (Piazza Bartolo Longo, 1), Ristorante Tiberius (Via Villa dei Misteri, 7).

Il Direttore del Museo, Plinio Caio Gracco

Orario di visita: 10-13/16-18 dal martedì al sabato; 10-13 la domenica. Lunedì chiuso

Info: Museo Gracco, Via Diomede 8, Pompei – tel. 0818613784 – www.museogracco.it – museo@gracco.it

Apr 18

Lega Nord, gli sfottò e le caricature: il meglio dal web

Predoni a casa nostra

Predoni a casa nostra

In questi ultimi giorni ci sono pervenute delle strane informazioni dai media che fanno sospettare che Bossi, quando era ancora un dolce pargolo, amasse molto la storia di Robin Hood, ma la morale della favola pare non l’abbia capita poi tanto … lui rubava ai ricchi per dare ai poveri.

Lui, o chi per lui, pare abbia rubato ai poveri per dare ai ricchi o, ancora peggio, al figlio (pare -perché è ancora tutto da provare).
Col passare degli anni è cresciuto, ma la passione per i personaggi di fantasia non gli è passata ed ha ben pensato di dar vita alla nuova banda bassotti e stavolta neanche Capitan Padania potrà salvarlo.
L’intero sud ha capito perché la Lega ce l’aveva duro e come lo voleva usare.

Ecco il meglio del web che si è scatenato contro la lega:

Elio canta “Alla fiera del Nord”:

Crozza: “Quando un mafioso incontra un leghista”

La Lega in versione “Famiglia Addams”

Tutti i contenuti sono proprietà dei rispettivi autori.

 

Apr 15

Totò e i 45 anni dalla sua morte

Paese Sera 15 aprile 1967

Paese Sera 15 aprile 1967

Non ci sarà mai l’ultima risata per un battuta di Totò, non si potrà mai parlare di comicità senza far riferimento a lui.

Oggi sono 45 anni (15 aprile 1967) dalla sua morte e forse mai, come nel suo caso, non c’è bisogno di chiedere di ricordarlo.

I suoi innumerevoli film (vedi Totò, Peppino e la malafemmina) , le sue battute che ripetiamo nel quotidiano sia a Napoli che nel resto d’Italia, la sua gestualità inimitabile e i suoi giochi di parole dalle infinite imitazioni.

Emblematiche per noi del sud e sue ultime parole:  “Mi sento male… portatemi a Napoli”!

Un principe non perde il titolo alla sua morte, non c’è “livella” che tenga per lui che più che principe è stato senza rivali il Re della risata!

Ecco il video dell’annuncio al TG del tragico evento:

Apr 07

Lamento per il Sud di Salvatore Quasimodo

Toccante poesia di Salvatore Quasimodo in cui il ricordo della propria terra sembra ormai dissolto nella nebbia lombarda.

Dal testo traspare rassegnazione e una freddezza che va ben oltre l’aspetto climatico e si trasforma in una sensazione che rende tutto vissuto con una passione molto meno intensa.

La poesia è stata pubblicata nel 1949 nella raccolta “La vita non è un sogno”.

 

La luna rossa, il vento, il tuo colore
di donna del Nord, la distesa di neve…
Il mio cuore è ormai su queste praterie,
in queste acque annuvolate dalle nebbie.
Ho dimenticato il mare, la grave

Modica

Modica

conchiglia soffiata dai pastori siciliani,
le cantilene dei carri lungo le strade
dove il carrubo trema nel fumo delle stoppie,
ho dimenticato il passo degli aironi e delle gru
nell’aria dei verdi altipiani
per le terre e i fiumi della Lombardia.
Ma l’uomo grida dovunque la sorte d’una patria.
Più nessuno mi porterà nel Sud.
Oh, il Sud è stanco di trascinare morti
in riva alle paludi di malaria,
è stanco di solitudine, stanco di catene,
è stanco nella sua bocca
delle bestemmie di tutte le razze
che hanno urlato morte con l’eco dei suoi pozzi,
che hanno bevuto il sangue del suo cuore.
Per questo i suoi fanciulli tornano sui monti,
costringono i cavalli sotto coltri di stelle,
mangiano fiori d’acacia lungo le piste
nuovamente rosse, ancora rosse, ancora rosse.
Più nessuno mi porterà nel Sud.
E questa sera carica d’inverno
è ancora nostra, e qui ripeto a te
il mio assurdo contrappunto
di dolcezze e di furori,
un lamento d’amore senza amore.

 

di Salvatore Quasimodo

foto di Ruggero Poggianella Photostream

Apr 03

La risposta napoletana al delirio dei tifosi razzisti

Ancora una volta razzismo e stupidità nel calcio dopo il caso Mandorlini.

Stanno facendo il giro del web le immagini degli striscioni razzisti mostrati dai tifosi (se vogliamo chiamarli così) juventini verso i napoletani (e non intesi come tifosi del Napoli) il 1 aprile 2012 nella partita Juventus – Napoli.

Le immagini si commenterebbero anche da se non fossero dirette verso i napoletani che a due giorni di distanza hanno risposto a modo loro, ecco le risposte più simpatiche dal web:

Primo gioco: “Indovina chi è il sacchetto”

 

Striscione Vi è caduto dal pullman

Striscione Vi è caduto dal pullman

Secondo gioco: “Scova l’errore”

… per la serie saranno pure italiani ma l’inglese non è arte loro

Striscione Vesuvio Wash it

Striscione Vesuvio Wash it

Terzo gioco:”Juventus dove si trova? Già l’hanno spostata in Canada?”

Ed infine la grande risposta del comico Simone Schettino:

Apr 01

La pastiera napoletana: l’inno alla primavera

La pastiera è il dolce pasquale di rito a Napoli. E’ considerata come un inno alla primavera ed all’odore di fiori d’arancio che in questo periodo sprigionano gli agrumeti della nostra costiera.

I tanti napoletani  che si sono spostati al nord hanno ormai reso la pastiera nota e apprezzata in tutta Italia.

Ingredienti per la pasta:

300 gr di burro

Pastiera Napoletana

Pastiera Napoletana

600 gr di farina

300 gr di zucchero

6 rossi d’uova

un pizzico di sale

buccia di limone raschiata.

La pasta dell’involucro è una comune pasta frolla che potrete preparare anche il giorno prima.

Disponete la farina e lo zucchero a fontana sul piano di lavoro e nel mezzo versate il burro, che avrete ammorbidito su fuoco,  i rossi d’uovo, il pizzico di sale e la raschiatura di buccia di limone.

Mescolate bene gli ingredienti, quando la pasta risulta omogenea, fatene una palla, avvolgetela  in uno strofinaccio e mettetela  a riposare in frigorifero o in altro luogo fresco.

Ingredienti per il ripieno:

500 gr di ricotta

500 gr di grano

3 cucchiai di farina

½ lt di latte

9 uova intere

acqua di fior d’arancio

500 gr di zucchero

una noce di burro o di sugna

150 gr di canditi (cedro, scorzette d’arancia e cocozzata).

Fate cuocere il grano coperto d’acqua con la noce di sugna o di burro per un paio di ore e preparate la crema pasticcera con tre rossi d’uova, ½ lt di latte, 3 cucchiai colmi di zucchero e tre cucchiai rasi di farina.

Passate o frullate la ricotta e mescolatevi lo zucchero rimasto. Aggiungete i rossi delle uova avanzate, l’acqua di fiori, i canditi, la crema e, in ultimo, i bianchi delle uova montati a neve.

Stendete i 2/3 della pasta e foderate la teglia che riempirete con il ripieno.

Allargate la pasta rimasta e tagliatela a strisce larghe circa 2 cm che disporrete incrociate a griglia sulla parte superiore del dolce.

Mettete in forno già caldo a calore moderato e lasciate cuocere per 40-45 minuti.

Spento il forno mettete il dolce a raffreddare fuori se toccandolo al centro vi sembra asciutto; lasciate raffreddare nel forno se risulta un po’ molle.

La pastiera comunque non deve essere troppo asciutta.

Quando sarà fredda cospargetela di zucchero a velo.

 

foto dall’album di “lux2night”

Mar 28

Napoli – Milano in un film: Totò, Peppino e… la malafemmina

E’ stato scientificamente provato che è impossibile intraprendere il viaggio da Napoli a Milano col treno senza che qualcuno citi più o meno direttamente il capolavoro:  “Totò, Peppino e… la malafemmina”.

Il film di Mastrocinque  è del 1956 ed incarna i tanti luoghi comuni partenopei su Milano, in un periodo in cui il viaggio aveva una durata prossima al giorno e la televisione ancora non era sufficientemente diffusa per livellare il livello di conoscenza.

Del film è difficile individuare una scena madre o una battuta in particolare, ci sono infatti alcuni passaggi davvero eccezionali.

A Milano fa freddo a prescindere dalla stagione

Totò e Peppino arrivano a Milano

Totò e Peppino arrivano a Milano

Convinti di trovare un clima nordico, i nostri eroi si imbacuccano con tanto di colbacco e restano stupiti del comportamento e del vestiario dei milanesi che, intanto, li indicano divertiti dal loro abbigliamento decisamente fuori luogo.Nello sfondo un’immutata stazione centrale di Milano.fonte foto: AntonioDeCurtis.org

 

per andare, dove dobbiamo andare, per dove dobbiamo andare

Totò, Peppino e il vigile

Totò, Peppino e il vigile

I due fratelli Capponi, dispersi a Milano, danno vita ad uno dei dialoghi che hanno fatto la storia del cinema comico dove spicca una frase “Appunto lo so, noi volevamo sapere, per andare, dove dobbiamo andare, per dove dobbiamo andare, sa è una semplice informazione.” che secondo me a distanza di decenni descrive alla perfezione il comportamento di intere classi dirigenti.

Antonio Caponi: Dopo ti spiego, noio volevan, volevon, savuar, noio volevan savuar l’indiriss, ia?
Vigile: Eh ma, bisogna che parliate l’italiano perché io non vi capisco.
Antonio Caponi: Ah, parla italiano.
Peppino Caponi: Complimenti!
Antonio Caponi: Complimenti, eh bravo!
Vigile: Ma scusate, ma dove vi credevate di essere, siamo a Milano qua.
Antonio Caponi: Appunto lo so, noi volevamo sapere, per andare, dove dobbiamo andare, per dove dobbiamo andare, sa è una semplice informazione.

 

Sullo sfondo la galleria Vittorio Emanuele II sita in Piazza Duomo.

fonte foto: Milano 2.0
fonte citazione: Wikiquote

 

a Milano quando c’è la nebbia, mettono i nomi sui manifesti. Dice, chi mi vuol trovare, io sto qua

Totò Peppino e Mezzacapa

Totò Peppino e Mezzacapa

La vera nebbia a Milano ormai davvero non si vede da anni, sostituita indegnamente dallo smog.Se si viene a Milano per la nebbia ormai è necessario spostarsi in provincia.

Mezzacapa: Acqua, vento… e nebbia! Eh… nebbia, nebbia!
Antonio Caponi: Ah, questo m’impressiona! Tutto, ma la nebbia.
Mezzacapa: A Milano, quando c’è la nebbia non si vede.
Antonio Caponi: Perbacco… e chi la vede?
Mezzacapa: Cosa?
Antonio Caponi: Questa nebbia, dico?
Mezzacapa: Nessuno.
Antonio Caponi: Ma, dico, se i milanesi, a Milano, quando c’è la nebbia, non vedono, come si fa a vedere che c’è la nebbia a Milano?

fonte citazione: Wikiquote

 

Chiudo l’articolo con un’altra scena classica del cinema comico:

Mar 24

Sarde al beccafico

Peschiamo dal cilindro della tradizione siciliana le sarde al beccafico. Il piatto prende il nome dal suo aspetto tipico che somiglia all’uccello beccafico (in siciliano il beccaficu) anch’esso oggetto di una ricetta in agrodolce simile alle sarde.

INGREDIENTI  (6 pers.)

Sarde al beccafico

Sarde al beccafico

600 gr di sarde

200 grammi di pan grattato

50 grammi di passolina e pinoli

2 arance

2 limoni

1/2 bicchiere d’olio d’oliva

1 cucchiaio di zucchero

foglie d’alloro q.b.

sale quanto basta.

PREPARAZIONE

Pulite bene le sarde e poi quindi lavatele, scolatele per poi disporle aperte su di un piano.

Tostate il pan grattato in una padella dopo avere aggiunto un cucchiaio d’olio ed un pizzico di sale e mescolate sempre. Fate ammorbidire la passolina in un recipiente con un po’ d’acqua tiepida e poi scolatela unendola al pan grattato ed ai pinoli.

Prendete le sarde singolarmente e poi con un cucchiaio versatevi il composto al centro.

Ungete con l’olio una pirofila ed appogiateci le sarde arrotolate allineandole ognuna di fianco all’altro separate solo da una folgia di allora.

Bagnatele con l’olio e mettetele in forno a temperatura moderata per 25 minuti.

Sciogliete nel frattempo lo zucchero nel succo di limone e versatelo sulle sarde.

Una volta raffreddateguarnitele con fette d’arancia e limoni.

foto di “franzconde” da flikr